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altrove

menocentottanta chiude.
in fondo il viaggio in Canada è finito, è ora di smetterla di trascinare questa carcassa e pensare a qualcosa di nuovo.

arrivederci.

musica del giorno: poteva essere return to me dei last goodnight, ma il fatto che sia una canzone d’amore non corrisposto non mi piaceva, non è per questo che chiudo menocentottanta. quindi preferisco qualcosa che sia più sulle mie corde di questo momento, come questo:

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on being a temporary pirate

oggi sono arrivati a casa sia retrospective dei pink martini che sempre lontano di nina zilli. niente di particolarmente nuovo, è lo scotto che si paga per preferire la roba originale: aspetti un po’ e i prezzi scendono. ma non ci costa così tanto, tanto non siamo particolarmente aggiornati e non ci teniamo ad esserlo: la musica l’incontriamo per caso e per caso decidiamo se ci piace o noi, poi la digeriamo e decidiamo, con calma, se comprarla.
certo, se avessimo l’urgenza di fruire le tracce di, chessò, new blood di peter gabriel, ora di lorenzo cherubini o facciamo finta che sia vero di adrianone scaricheremmo. così come abbiamo la copia pirata di kiki delivery service: non ci possiamo permettere le ultime uscite (e riteniamo i loro prezzi eccessivi a priori) né il collezionismo (aspetterò che i capolavori di miyazaki scendano sotto i dieci euro per acquistarli originali, finché stanno sopra i trenta i bambini possono guardarsi la copia non originale, e per sua altezza la principessa mononoke io posso aspettare la ristampa).
ma in fondo, va bene così: aspettando l’oggetto vero (vero, professor benjamin?), si decide se vale la pena di comperarlo. dovrebbe essere così per tutto: macchine, libri, ristoranti… ricordo con quale divertito stupore, un sabato da costco, non lontano da Guelph, ero tentato di sfruttare tutti gli assaggini offerti dai rappresentanti. eppure è quella la strada giusta: decidi se vale la pena, poi acquista.

quindi, sono un vero pirata? sì, ma con scadenza (senza data).

musica del giorno: l’inferno, di nina zilli (uh, e non l’avevo ancora sentita, ma ha proprio una bella musica soo sixties):

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alla fine del tempo

scrivo alla fine di un weekned esauriente, nel senso [che esaurisce] o [da esaurimento], ammesso che in quest’accezione sia accettabile, cosa di cui dubito. forse meglio defatigante, o spossante, che non richiamano esaustivo.
ma sarà, ha esaurito anche la mia padronanza del lessico.
per intenderci a un certo punto, stasera, con lo sguardo perso nel contenitore dei rigiuti organici, mi è venuto in mente di aprire un nuovo blog nel quale postare ogni giorno una foto dei summenzionati rifiuti raccontando la giornata a partire da lì. poi mi sono detto: ma che cazzata, peggio anche di opalka!

vedete, noi abbiamo una regola, una regola d’oro: esci solo un giorno per finesettimana. infrangere questa regola significa trovarsi indietro con le lavatrici, con le pulizie di casa, con tutto. e stanchi morti, perché per quanto conveniente nell’ottica “li sfianco e dormo tranquillo”, uscire coi bambini significa molto spesso “mi sfianco e non faccio più niente dopo che loro si sono addormentati”. il che ha conseguenze pestifere anche al di là della manutenzione ordinaria della casa.
è successo questo: venerdì abbiamo distribuito il gagname ai nonni, tutti per tutta l anotte. era la prima volta. il giorno avevamo fatto acquisti per Natale, la sera abbiamo giocato a carte fino alle tre, il giorno dopo ci siamo alzati senza neanche sveglia… insomma, lusso puro. così quando elisabetta è venuta a proporci il mercatino di borgo dora (dove, a riprova di quanto detto, dovevamo andare per distrarre e stancare la loro numero due), ci siamo lasciati prendere dall’entusiasmo, ben sapendo di avere un impegno anche per la domenica.
non sto a tediarvi sui dettagli delle quaranta ore successive, sarebbe quasi faticoso quanto viverle. poi, adesso, devo lavorare, dopo aver scritto due righe per fiona e famiglia e dopo aver lavato i piatti.
ma una cosa voglio metterla in comune, perché ora ho una nuova regola d’oro, che è:

mai infrangere le regole d’oro

sulla lista delle regole d’oro ci sarebbe da fare un post a parte. voi le avete, delle regole d’oro? anche voi più d’una? anche voi non più d’una per ogni occasione (per esempio noi ne abbiamo una sola per l’emigrazione, che abbiamo imparato andando in Canada)?

musica del giorno: potrebbe essere hard day’s night dei beatles, ma non ha senso definire musica del giorno scontata; avrebbe dovuto essere yesterday’s flame di alison moyet, che non c’entra niente con questo weekend (se non che quando canta pull away and start again mi sento proprio così, anche se non è loneliness o tristezza ma solo stanchezza) ma ha il ritmo giusto per questa sera, ma non la metto perché non ho trovato il video da nessuna parte, quindi opto per questa mia passione segreta: stefano rosso. questa volta è l’italiano, una canzone del 1980 valida tutt’oggi (così cerco di chiudere la sequenza di post sul tempo di questa settimana):

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facciamo un gioco

è una cosa che mi è sempre piaciuta, immaginare mondi differenti.
forse qualcuno si ricorderà di afanear, ma questa è un’altra storia, quindi non perdiamo troppo tempo su quello.

immaginiamo un altro mondo, un mondo dove non può esistere l’economia (o ne deve esistere una completamente diversa) perché non esiste il principio di scarsità.
un pianeta sul quale la vita è irrefrenabile, potentissima. sul quale, per intenderci, ogni giorno, per ettaro di terra nasce un esemplare di predatore per tipo, tre prede per tipo e tre nuove piante per tipo (per quel clima e quell’ecosistema). e il rapporto è costante, quindi se cementifichi un ettaro di terra, quelli intorno aumentano la produzione.
in questo delirio poietico esiste una creatura, l’essere umano, che ha l’ingrato compito di tenere la produzione a livelli accettabili per l’ecosistema. come? distruggendo, uccidendo, pulendo, avvelenando, tagliando

musica del giorno: smooth criminal di michael jackson, perché qualche volta avremmo davvero bisogno di una mossa antigravità* (e poi, come diceva il mio collega paolo, bad è un album seminale, e aveva dannatamente ragione):

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versi di animale

mi trovavo di fronte a due strade,
una era aspra e dura e forte
e segnata dall’impronte
di lonze, leoni e lupe
ed era in salita.
l’altra era un declivio erboso
una dolce giogaia ingentilita
dall’opra umana, una discesa
ornata di fonti e di meli.

io presi quella in salita.

per dire che ci sono due modi di vendere: guardi quel che serve e lo procuri, oppure crei un bisogno sulla base di quel che hai in mente o in magazzino.
poi esiste una via di mezzo, per la quale vendi qualcosa di cui i clienti non sapevano di avere bisogno (ed è quello che dicono di fare quelli che creano bisogni). ma esistono pure diversi modi di creare un bisogno: ripetere ad libitum che c’è bisogno di qualcosa, oppure dare a qualcuno “che conta” quel qualcosa lavorando sul principio dell’emulazione, o ancora introdurre tali quantità di un prodotto che la società si adatta alla sua presenza e la implica. spesso le strategie operano sinergicamente.
per esempio noi stiamo lavorando in modo da agire a tutti i livelli:
1) il mondo editoriale ha bisogno del nostro tipo di prodotto, perché la legge impone uno slittamento sempre più marcato verso le nuove tecnologie;
2) e d’altronde il nostro prodotto è troppo evoluto perché le case editrici si rendano veramente conto di averne bisogno, quelle che ci hanno risposto positivamente lo hanno fatto, secondo me, in un caso perché disponendo di un prodotto simile avevano idea di che cosa si stava parlando, in un caso perché non avevano niente di meglio e in un altro caso come una specie di scommessa. tipo un gratta e vinci, per intenderci, ma più costoso.
3) gli utenti finali del nostri prodotto hanno men che meno idea di aver bisogno del nostro prodotto (anzi, è solo perché sono convinto che si tratti di un oggetto incredibilmente potente che sono persuaso del fatto che “ne hanno davvero bisogno”). una buona conferma della mia convinzione (ignari del bisogno + ottimo prodotto) viene dalla sperimentazione in corso, dai quali arrivano feedback molto, molto positivi (e questo nonostante tutte le magagne che saltano fuori durante ogni fase di testing).
Allora che facciamo?
1) stiamo svendendo il prodotto: si tratta di quantità di denaro che sembrano grandi solo ignorando la quantità di lavoro necessario per produrlo; e abbondantemente sottocosto, per noi.
2) abbiamo modularizzato non solo il workflow, ma anche il trattamento contrattuale, vendendo in esclusiva il fiore all’occhiello, quello nel quale implementiamo le features più evolute, e lasciando invece al libero mercato istanze del software che sono comunque lo stato dell’arte rispetto al panorama attuale ma che sono più semplici (e, proprio per questo, più customizzabili dai nostri clienti su specifici progetti). l’idea è quella di diffondere il modo di fare e-learning che abbiamo creato, al limite anche alimentando la concorrenza (col nostro capitale d’inventiva, s’intende), in modo da far emergere il costume che implicherà il bisogno.

però poi mi fermo e penso: ma non è una coda che muove il cane?

canzone del giorno: splendor in the grass, dei pink martini:

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durante le attese

voi che fate, quando aspettate?
leggete, fumate, giocate col cellulare, telefonate, scrivete, vi guardate intorno, mitragliate di sguardi preoccupati l’orologio, camminate avanti e indietro, aprite il tablet e vi tuffate in qualche app?
non dico quando c’è qualcuno con cui aspettare, ma quando siete fuori casa, soli o in mezzo a una folla di sconosciuti con i quali non avete motivo di chiacchierare, quando l’unica cosa che potete fare è prorio soltanto aspettare.
vi sedete, state in piedi? rimanete fermi o camminate in cerca di qualche dettaglio che catturi la vostra attenzione?

musica del giorno: love me or leave me di nina simone:

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il tempo (che manca, che passa…)

è un po’ che non scrivo più dei cuccioli. e non perché non ci siano novità: il numero uno disegna davvero bene, la numero due è via via più disinvolta nelle interazioni sociali, la numero tre fa i cerchi e,a volte, pare quasi che intenda parlare (al momento usa tre parole: mamma, ciao e hhh, che ha un po’ il ruolo del verbo puffare nella lingua puffa)(non è di per sé un problema che non parli — capisce tutto e si fa capire — ma se solo imparasse quella manciata di parole capaci di semplificarmi la vita sarebbe grandioso. chessò: ciuccio, pappa, cacca).
in queste settimane, anche se non credo che riprenderemo tanto presto i ritmi canadesi, stiamo cercando di vedere almeno un film alla settimana. ho scoperto che il regista veronesi non mi piace, ma ho visto sia mine vaganti di ozpetec che figli delle stelle di pellegrini e devo dire che mi sono piaciuti. il primo soprattutto.
però, sentite un po’: non percepite anche voi un brivido, una strana sensazione alla bocca dello stomaco, non sentite il profumo di un cortile soleggiato, una domenica a giocare a pallone, ascoltando questa canzone?



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lacrime e sangue

per un caso, leggo sul fatto quotidiano che sulla manovra che ritocca i parametri della pensione ci sono state lacrime e sangue.
mi chiedo quanto contino le lacrime, se a versarle non sono le stesse persone che versano anche il sangue.

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darwinismo aziendale

ma voi lo sapete che una nuova azienda, nel suo primo anno di attività paga le tasse per l’anno in corso più un acconto su quelle dell’anno successivo?
e che quel fottuto acconto è del 99%? avete letto bene, del NOVANTANOVE per cento!
certo, se sopravvivi hai dato una buona dimostrazione di potercela fare (oppure non hai fatturato nulla il primo anno), ma non è un gran bell’incentivo, no?

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dobbiamo fare sacrifici?

hmmm, questo nuovo governo.
a me l’idea dei governi tecnici piace. è chiaro che non possono innovare (anche se non ci credo che solo la politica è in grado di esprimere una direzione: anche la pura amministrazione ha le sue idee*), ma l’idea di gente che fa invece di parlare e che ha un’idea semplice e forte e un obiettivo preciso a cui puntare mi affascina.
certo, quando sento che si dice che bisogna fare sacrifici un brivido mi sale lungo la schiena. eh, sarà il mio populismo, saranno le mie origini sinistrorse, ma quel che sento è sempre “sempre i soliti faranno sacrifici, ma più grandi”. e mi viene paura che questo governo realizzi quel che avrebbe voluto fare il governo del nostro giovane e onesto ex primo ministro se non avesse avuto paura di un crosso d’immagine.
o se avesse avuto la volontà di farlo.
perché diciamolo, con tutto il potere e le risorse che aveva silvio berlusconi avrebbe potuto essere un nuovo lorenzo il magnifico, avrebbe potuto trasformare l’Italia, renderla migliore, farla rinascere. sarebbe diventato uno di cui si parlava secoli dopo la sua morte.
e invece ha preferito pavide politichette di breve periodo, favoretti agli amici degli amici, lagnandosi perché non era un re o un dittatore ma senza fare quei due-tre passi che lo avrebbero consegnato alla storia come un grande. e non dico cancellare la criminalità organizzata: la mafia è un alleato troppo potente, non avrebbe potuto farne a meno. ma una seria riforma dell’istruzione e della ricerca, una seria riforma del mondo del lavoro e dell’industria nazionale, un serio piano strutturale per il rilancio del turismo naturalistico e culturale italiano, un serio… serio, appunto. ma gli piace raccontare le barzellette.
consegnato alla storia come un grande? no, lo aspetta la fine di tanti come lui, meno dotati di lui: sarà solo un neo che la maggior parte delle persone cercherà di dimenticare quattro minuti dopo la sua morte.
l’idea di fare sacrifici per pagare le sue orge non mi entusiasma.
speriamo che il governo tecnico funzioni.

*non penserete davvero cose tipo: “la scelta di un prodotto deve ignorare questioni etiche/ideologiche”, vero?

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