non so spiegarla, ma ho l’impressione che non riuscirò mai ad andare via dall’Italia. non che qui stia bene, cioè, eccetto che per gli amici e i genitori, ma… sono sempre più addentro alle cose di qui, sempre più legato. ho sempre meno legami con l’estero. e mi fa pure un po’ di tristezza, quando parlo con qualcuno che non ha mai preso seriamente in considerazione l’idea di andarsene e che non ha vissuto all’estero, sentire che “è così”, “è naturale”.
chissà quando e se mai mi stancherò di sostenere che il posto perfetto non esiste, ma l’Italia fa proprio schifo.
chissà se l’Europa ci salverà.
che impressione spiacevole.
(meno male che il numero uno ha iniziato un corso d’inglese. il pensiero di dotarlo di strumenti per scappare mi rende la quotidianità più sopportabile).
musica di oggi: splendor in the grass, dei pink martini (lo so, lo so, i miei gusti sono quello che sono).
mah, non so proprio se riuscirò a completarli davvero, i 180 post canadesi, credo che mi dovrò accontentare dei 140 o giù di lì che avevo scritto e pubblicato a suo tempo. inizio a dubitare che avrò ancora tempo per occuparmi delle cose passate, adesso che ho tanto fare per il presente e, in una certa misura, per il futuro.
e nel frattempo? nel frattempo continuo a progettare e fare qualcosa di quel che progetto.
magari a piccolissimi passi (anche se a me sembrano giganteschi), ma avanti.
e metto da parte cose.
letture, velleità scrittorie, riflessioni.
domani nasce ufficialmente Maiuetical Labs s.n.c., sotto un cielo pieno di misteri e segni premonitori che però è difficile interpretare, su una terra che pare molto fertile, fin troppo, così tanto che dobbiamo dedicare tempo a sradicare ipotesi di software, soffocare germogli, tenere il campo pulito per permettere alle linee di lavoro principali di crescere e fruttare.
per ora usiamo wedoist come software di gestione del workflow, dosi abbondanti di telefono, gchat, gmail, skype e cerchiamo di vederci almeno una volta alla settimana per un report di come vanno i lavori nei diversi settori.
e comunque non basta.
sarà che dobbiamo finalmente trovarci una sede?
a volte hai bisogno di ricominciare. almeno provarci.
io è un po’ che ci provo, quasi un anno.
me ne sono andato via, poi sono tornato. dopodomani divento socio di una piccola startup. niente di che. qualche contratto già in vista, una piccola sperimentazione nazionale, molte buone idee che speriamo di riuscire a realizzare. mi piacerebbe poter dire che l’importante è l’atmosfera, l’entusiasmo, l’eccitazione nel sapere di star facendo qualcosa di innovativo.
era così quando si consumarono ore ed ore a parlare di una cooperativa di webdesigner più o meno dieci anni fa, oggi non più.
abbiamo tempi stretti, commesse, soldi da amministrare, tasse, convenzioni.
ma, devo dire, in prospettiva mi piace molto, quel che sto facendo.
sto imparando a gestire invece che a fare, vedo le cose in termini di strategia oltre che di tattica (e nell’auspicio di occuparmi sempre di più di strategia e sempre di meno di tattica).
e non è, semplicemente, il fatto di lavorare in proprio. è trovarsi intorno a un tavolo a discutere di come dividere il lavoro non tra di noi ma tra quelli che paghiamo (pagheremo) per farlo. e di come trovare quei soldi. e di come e a quanto e a chi vendere il nuovo prodotto per rientrare delle spese e guadagnare anche qualcosa.
allora la mattina quando capito dentro lo specchio mi sorprendo diverso.
ogni tanto mi viene da fermarmi e presentarmi.
invece mi studio di fretta perché il tizio nello specchio non si accorga di nulla e corro a preparare i bambini.
bene, è ufficiale: la numero tra ha imparato a dare i baci. prima, su richiesta e sempre-se-ne-ho-voglia-mica-li-regalo, appoggiava il musetto sulla faccia da baciare, ma senza sostanziali movimenti, adesso schiocca le labbra, anche se non esattamente nel modo canonico, ed è un gran passo avanti. certo, non azzecca sempre il momento: ogni tanto bacia prima di arrivare sulla guancia, ogni tanto lo fa un po’ dopo, ma ci stiamo lavorando (e poi essere fuori sincrono fa molto intellettuale, no?).
intanto proseguono le ricerche per la lavasciuga (lavatrice + asciugatrice è troppo costoso), abbiamo casini con MLs, anzi con i nostri clienti che stanno cercando di fare i furbetti (ma la società si fonda prima del venti, a questo punto), i pàmpini iniziano a stare meglio (ma oggi ci hanno rimandato a casa la numero due perché vomitava) e abbiamo deciso di fare una grigliatona ottobrina.
vi terrò aggiornati, a presto.
mah, mah. ieri ero a casa con i tre cuccioli, tutti ammalati. oggi ho fatto ancora di più: pure manu ammalata!
olé.
checcazzo.
con maieutical labs, però, abbiamo superato la prima selezione allo start cup: da non so quante decine, siamo arrivati ai primi 30, e adesso incrociamo le dita, chissà che non ne venga qualcosa di buono.
inoltre si intravvedono piccoli progresso riguardo alla forma societaria che prenderà tutto l’ambaradàn. il lavoro procede frenetico (certo, abitanti del sanatorio, qui, permettendo) con scadenze che s’accavallano, richiami e recuperi.
un macello.
ma insomma, si sopravvive (uh, se la lavatrice non si fosse rotta si sopravviverebbe meglio. se non dovessimo riparare la macchina ancora meglio. e se smettessimo di trovare ragni del diametro del mio pollice tutt’in giro per casa ancora ancora meglio (ci deve essere un nido in un cassone della serranda. domani procedo con aspra et horribile disinfestatione)).
ovvero: l’uomo ragno come ultimo cavaliere.
due caveat:
parliamo di retorica, non di cose vere, di quel che si dice di fare (e poi magari non si fa);
pariamo di cavalleria non nel senso della cavalleria sessuale, quella che vorrebbe che l’uomo apre la porta alla donna (cosa cheperaltro si dovrebbe fare solo quando si conosce bene il posto: se si va in un posto nuovo, l’uomo dovrebbe comunque entrare prima), ma della cavalleria in senso molto più lato…
uuuuh, sembra che si stia preparando l’ennesimo pippone metafisico. no, niente di simile. ma rimuginavo stamattina in macchina sul fatto che la vera cavalleria è, in buona sostanza, assumersi le responsabilità del proprio potere.
il cavaliere ha una spada, una provvigione e buona educazione e le impegna in un certo modo perché sa che ogni azione è ina presa di posizione, e ha dei costi e dei benefici. i veri cavalieri sperperavano i beni di famiglia coglioneggiando in giro (eccetto forse qualcuno così intriso di una certa retorica da crederci davvero), ma almeno dicevano di combattere per qualcosa. ovvero, per convenienza o convinzione, assumevano che il proprio potere poteva essere in funzione di qualcos’altro da sé.
vedete il mobtag qui sopra?
contiene esattamente il testo del post che state leggendo adesso! mi impressiona pensare che potrei scrivere qualcosa e farne un disegno (ri-traducibile) che è a tutti gli effetti un nuovo “vestito” per il testo. a voi no?
devo essere onesto, non ho niente da dire e sto postando solo per postare.
seguo molte lineee lavorative, e a volte mi perdo un po’, ma il convegno è stato una botta di idee che sto ancora macinando e ci sono tutte le faccende burocratiche da seguire. ma manu ha del nuovo lavoro e le cose vanno generalmente bene.
bon, almeno vi rubo poco tempo. a presto.
credo che il racconto del crollo della mente bicamerale, che è un racconto sul linguaggio e sulla nascita di un mo(n)do di pensare, sia a livello filogenetico quel che a livello ontogenetico sta capitando a me.
mi capita il silenzio.
non sempre, ma ogni tanto, in questi giorni di immersione nella lingua straniera, mi rendo conto del fatto che la seconda voce tace. sembra bizzarra, a chi non c’è passato, ma la seconda voce è molto comune a chi sta interagendo in una lingua diversa dalla lingua madre, quando alla prima voce, il testo in versione originale che proviene dall’esterno attraverso le orecchie, si sovrappone il testo prodotto motu proprio dalla nostra massa cerebrale nel tentativo di fornire la prima voce di un senso. la seconda voce produce sia traduzioni che annotazioni a margine, alcune utili come “e che cazzo significa questo?” o: “ah, è così che si dice!”, altre inutili come: “se solo parlasse un po’ più lentamente!…”
ecco, io ascolto e mi rendo conto che gestisco solo la prima voce, arriva già comprensibile. è una sensazione strana, ma piacevole, che amerei provare più spesso.
mi aiuterebbe anche ad evitare quelle facce da scimmia sbronza che mi vengono ogni tanto, quando non capisco quel che mi dicono e le due voci si accavallano riecheggiando nella mia scatola cranica (c’è molto spazio libero, lassù. pensavo di affittarlo) producendo una sequenza di suoni che, complessivamente, ricorda piuttosto da vicino una crassa risata.
e speriamo che si dica così.
detto in breve: in questo che sarebbe una specie di blog nato per parlare del Canada, e che ha finito per parlare molto dell’Italia, mi capita di parlare anche d’Inghilterra.
cinque giorni a Nottingham per fare, in una lingua che non conosco, un intervento su un argomento che maneggio goffamente. come mi ha detto manu: take it easy e be cool. sì, vabbé, mi ci provo.
ma l’inglese continuo a biascicarlo facendo gravissimi errori di grammatica. oggi sei persone nell’aula in cui seguivo il pre-conference workshop hanno subito sanguinamenti dal naso mentre ponevo una domanda e per rianimare il docente le guardie del campus hanno dovuto usare un defibrillatore. giungono voci di sommovimenti nella tomva di chaucer e il major in persona di Nottingham, dal bel mezzo della sua collanona dorata, mi ha ufficiamente diffidato dallo stuprare di nuovo la sua lingua madre.
a parte il mio inglese, l’ambiente è molto buono, piuttosto amichevole tanto che anche un socially retarded come me è riuscito a chiacchierare un po’ in giro.
il campus è più che bellissimo, impressionante. tantissimi alberi, enormi, prati, oche, fiumiciattoli, giardini racchiusi da mura, case piuttosto antiche trasformate in sedi di dipartimenti a fianco a strutture ipermoderne, nuovissime. funziona tutto molto bene (tant’è che sono connesso e ho la pancia piena (be’, proprio piena no, ci vuole un po’ d’impegno per riempirmela come sa chi ha avuto la sciagura di ospitarmi per un qualche pasto, ma sto bene così)): il personale è gentilissimo, il pulmino interno al camus è gratuito, la colazione… ops, di nuovo cibo. basta così per ora.
la mia stanza è un rettangolo di quattro per due con tutto l’indispensabile.
gli interventi sono generalmente interessanti (non tutti, ma è giusto così: devono essere soddisfatti anche gli interessi degli altri) e se oggi non mi avessero spostato l’intervento sarebbe stato grandioso (anche perché a quest’ora sarei definitely in vacanza, cioè a sbronzarmi allo ye olde jerusalem pub o-come-si-chiama con qualche altro docente/ricercatore. e invece ho la grandiosa opportunità di ripetere la presentazione (tanto non l’imparooooo)). eh, vabbé.
no, no, va molto bene. sarebbe davvero perfetto se non mi mancassero manu e i bimbi, soli a casa (e dio quanto mi mancano, quanto mi sento in colpa e quanto mi inquieta non averli qui, a portata di zampa) adesso mi lavo e poi vado a nanna.
interessante questa cosa di dormire tutta la notte senza interruzioni. speriamo che manu non si affatichi troppo e che i bimbi non patiscano eccessivamente.
buona notte.